17 Agosto 2017


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Discorso cerimonia conferimento Premio Andersen Miglior Autore 2014

Motivazione della giuria
Per essere la voce più alta e interessante della narrativa italiana per l´infanzia di questi ultimi anni. Per una produzione ampia e capace di muoversi con disinvoltura e ricchezza fra registri narrativi diversi: dall´umorismo alla misura breve del racconto per i più piccoli, dall’albo illustrato al romanzo per adolescenti, dal progetto creativo ad un forte impegno civile. Per una costante e limpida qualità della scrittura.


Discorso in occasione della cerimonia di conferimento del Premio

Stavolta mi perdonerete se mi prendo qualche minuto per ringraziare. Vincere l´Andersen miglior scrittore è per me come arrivare in cima a una collina che otto anni fa iniziavo ad affrontare senza saperlo. Ho detto collina e affrontare, invece che scalare e montagna, perché la letteratura per ragazzi è considerata in Italia una questione modesta, niente vertigini dunque da somme altezze, ma il piacere di aver fatto un bel percorso, una passeggiata quasi senza accorgersene, senza la fatica che comporta lo scalare. Questo se è per molti versi è un limite, per altri è un bene, si spera, per esempio, di non completare mai quel percorso che in altri campi, ed è una citazione letteraria, porta velocemente da "brillante promessa a solito stronzo".
Arrivare a un così alto e bel riconoscimento fa piacere e comporta delle responsabilità per il futuro. Ho sempre avuto chiaro quanto fosse importante e delicato raccontare storie a ragazzi e bambini, e ho cercato di farlo attendendo che il miracolo si compisse, facendo accadere le storie senza forzarle, curandole con gli strumenti della lingua e la passione dell´artigiano. Chiedendomi spesso quali storie valesse la pena raccontare, osando di raccontarle anche quando erano scomode e talvolta tristi o perfino blasfeme. Sono stato fortunato. E debbo fare, rigidamente in ordine cronologico, una serie di ringraziamenti ai compagni di questo viaggio. Tanti, ma mai troppi. Li farò dimenticando volutamente tante persone fondamentali per questioni di tempo, ma ricordando almeno le boe che hanno fatto mutar corso o dato spinta alla mia piccola barca. Prima però è bene ricordare che ciò che accade oggi qui non sarebbe stato possibile se i lettori: gli insegnanti, i bibliotecari, i genitori,i nonni e, non da ultimo, i ragazzi e i bambini, non avessero amato e accolto le mie storie. Questo, naturalmente è il primo grazie che prescinde da tutti gli altri. Perché non c´è autore, per quanto grande, senza un lettore, almeno uno, che lo apprezzi e ami le sue storie.
Ma partiamo dal principio. Come ho detto più volte credo di esser diventato scrittore a 4 anni grazie a mia madre, una madre bambina, con la terza elementare, figlia di un´oralità contadina che si perde nella notte dei tempi. Storie di fantasmi, di guerra vissuta, fiabe toscane terribili e storie di fantasia. Un grazie a mia madre, Orson Wells domestico, Stevenson a buon mercato, che dopo avermi educato all´ascolto, un giorno, come una sciamana, stanca del mio continuo domandar storie mi ha toccato con la sua bacchetta magica e mi ha trasformato in griot dicendomi, continua tu, tu puoi! Dono d´amore femminile la narrazione, passaggio di testimone avvenuto inconsapevolmente in quei remoti pomeriggi dell´infanzia. Questo ho fatto, ho continuato io, anche se, confuso e passionale come sono, mi è occorsa una vita per capire che raccontare storie era il mio destino.
Non posso a questo punto dimenticare mio fratello Franco, nove anni più grande di me. Grazie a lui preadolescente sensibile negli anni 70, sono arrivati i primi libri in casa: Bertold Brecht, le poesie tradotte da Franco Fortini, L’antologia di Spoon River, Cristo si è fermato ad Eboli. Niente libri per bambini, quelli li ho letti dopo, da adulto o da ragazzo. Come continuo a ripetere per me è stato fondamentale il romanzo L’isola del Tesoro, uno dei primi romanzi scritti per un ragazzino, che adoravano anche gli adulti. La magnifica ambiguità di Silver mi ha insegnato molto su questo mestiere.
Accennerò solo al fatto che con mio padre non ci siamo mai troppo capiti, sono stato un bambino introverso e problematico e un adolescente difficile e trasgressivo, e lui un padre poco propenso alle lodi, anzi. Anche a lui devo molto, se non fosse stato per questa grande mancanza che ha minato la mia fiducia in me stesso per anni, e ha reso vivere molto più difficile, forse non avrei mai scritto una sola riga. Oggi mio padre ha 90 anni, va meglio, va bene, ma chissà, forse chi scrive, almeno come scrivo io, ha sempre un vuoto da colmare. Sta di fatto che grazie a lui e al me stesso di allora, giunsi alle scuole medie sentendomi un cretino, ero il peggiore dei somari, e se non fosse stato per un´insegnante e per un tema particolarmente riuscito sarei sempre rimasto tale. A quell´insegnante devo molto, ma cosa avrebbe potuto fare l’insegnante senza il mio tema? Alla scrittura debbo la vita, me l’ha salvata già allora. Se con tutti i miei libri, con le mie parole, ne salvassi anche solo una a mia volta, avrei pareggiato il conto. Non ci crederete, ma mi basterebbe per andarmene felice.
Dico spesso che sono diventato scrittore quando ho scoperto la vita degli altri. Il mio primo libro è un libro intervista a un ex internato nei lager. La scoperta della Shoah ha reso la mia vita meno salda, una cosa da capire, un sasso indigeribile che è rimasto incastrato in gola, ma questo è un altro discorso che non mi va di fare. Dico solo che avevo poco più di vent’anni quando con questo sasso sullo stomaco mi misi a domandare la loro storia a dei vecchi ex internati e per quasi un lustro ne ho raccolte e ascoltate tante, portando i testimoni nelle scuole, e così via. Pensavo di fare il sociologo e smontarle, analizzarle, ma le loro storie, invece, mi commuovevano, mi toccavano. Lì ho smesso di pensare che scrivere significasse guardarsi l’ombelico, descrivere la rosa… Grazie dunque a Renato, Antonio, Lionello e tanti altri.
In questo periodo ebbi anche una breve corrispondenza con Mario Rigoni Stern. Nessun grande epistolario, intendiamoci, ma fu un grande signore, che mi incoraggiò molto e lesse i racconti che avevo tratto dalle storie dei miei ragazzi/anziani scrivendo un breve brano d’invito alla lettura per il mio “Arbeiten!”. Grazie anche a Mario. Cerco sempre di incoraggiare a mia volta chi sta iniziando e di essere, per quanto mi riesce, signore come lui e come lo fu con me anche Marcello Venturi, autore di “Bandiera Bianca a Cefalonia” e che mi piace ricordare oggi.
Debbo ringraziare Giona e Giulio, i miei figli, se non fossi entrato oramai diversi anni fa in libreria per cercare un libro per loro non avrei mai scritto per ragazzi. Vedendo quei libri illustrati e no, desiderai come non avevo mai desiderato nient’altro in vita mia, di fare questo lavoro. Scrivere per ragazzi perché è più difficile e più importante, per tentare di saldare un debito di riconoscenza: ripeto un libro da ragazzi può essere importante, può salvare la vita. È un onore scrivere per loro.
I miei testi non erano però mai pronti, mai convincenti, in un parola: avevo paura. Paura del giudizio degli altri, della prova del nove.
Se non fosse stato per mia moglie Francesca, una persona stupenda che vive e lavoro in prima linea, la dove c´è il male del mondo, la solitudine, la morte, la malattia, che non piangerà (quindi non dirò come Fellini nella notte degli oscar: don´t´ cray Giulietta please) perché so che lei piange per altre cose, le porta a casa, me le racconta e queste cose finiscono nei mie libri per vie imperscrutabili e talvolta gli rendono più veri, più umani.
Ė stata lei a spedire di nascosto le storie che scrivevo e a catapultarmi in questo mondo. Ora che deve crescere due figli da sola e sono sempre in giro a parlare con i figli degli altri, magari se ne è pentita, ma è tardi.
Francesca, splendida scrittrice quando vuole a sua volta, spedì le mie prime fiabe, anzi ecofiabe, di nascosto, e dopo tanti dolorosi no. Furono pubblicate da Marcello Beraghini di Stampa alternativa. Presi coraggio, e scrissi per i ragazzi che incontravano i miei ex internati Alice e i Nibelunghi, un pomeriggio mi chiamò a casa Donatella Zilliotto, per dirmi: Mi è piaciuto, lo pubblichiamo. Bisogna avere del coraggio per pubblicare un romanzo che parla di negazionismo e dove nella prima pagina il padre della protagonista muore di tumore al cervello. Comunque ci furono campane che suonano a festa. Non ho mai conosciuto di persona o stretto la mano a Donatella e me ne rammarico, ma potrebbe ancora accadere. Lo spero. Grazie Donatella!
L’unico altro editore che mi disse Sì, arrivando in ritardo di una settimana rispetto a Salani, fu Maria Chiara Bettazzi con Giunti. Grazie anche a Maria Chiara con la quale ci rincorriamo da anni senza mai riuscire ad incontrassi su una pagina, ma chissà…
Agli editori speciali che ho incontrato, alle storie spesso difficili e complicate che mi hanno pubblicato, va il mio grazie. E l’invito in questo momento difficile ad avere coraggio. L’altro giorno un insegnante mi ha detto, i suoi libri sono rischiosi, parla di negazionismo e intanto lo racconta, di disonestà e il protagonista la perora. Poi tutto va a posto, ma intanto… non è rischioso? Ho risposto che senza rischio non si ottiene niente, siamo un po’ come i medici che provano il vaccino su se stessi. I ragazzi, tanto più oggi, hanno bisogno di verità, di complessità, dobbiamo raccontare loro le novelle senza dargli l’impressione che gli stiamo raccontando delle novelle, per capirsi. Agli editor e agli editori dico: rischiate, ci sono tanti giovani autori, tante storie, rischiate.
A questo punto della mia vita pensavo che scrivere per i ragazzi fosse solo una cosa da grandi temi, che occorresse sfruttare l’occasione al meglio, ero molto, molto impegnato a domandarmi cosa valeva la pena di raccontare, quando nella mia vita entrò con un’altra telefonata (Meucci è il mio santo protettore evidentemente) dopo Donatella, un altro gigante: Roberto Denti. Mi ero lasciato convincere dai mie figli a pubblicare una storia divertente che avevo raccontato loro durante un viaggio mentre guidavo. Non ero molto convinto, forse mi sentivo anche in colpa. Roberto, che non conoscevo, la lesse, alzò il telefono, mi chiamò, e mi disse: “Ciao, Sono Roberto Denti, volevo dirti che ho letto il tuo “Latte di Gallina”, mi sono divertito tanto, è un libro completamente inutile, bravo!”. Mi mise in crisi: completamente inutile, divertito, bravo! Dopo una prima perplessità, ho capito. Roberto con il quale condividevo la passione per la Storia e la memoria, mi ha insegnato che cosa vuol dire scrivere per i ragazzi, che dentro di me esistevano più registri e dovevo dargli voce, che i bambini e i ragazzi hanno diritto anche di divertirsi e che la qualità del linguaggio e delle storie viene prima del tema. Di più: che quando si è in grado di parlare di cose anche enormi, pesanti, di amore e di morte, con il registro della commedia e della leggerezza ai ragazzi, si è ancora più grandi. Quando avevo scritto solo qualche libro lui aveva già capito il mio talento, ma anche la mia insicurezza. Il suo discorso al mio primo premio Andersen mi è servito molto, anche a capire cose che spesso non si capiscono di noi stessi. Coetaneo di mio padre, che per vari motivi non ha mai letto un mio libro, Roberto è stato per me una sorta di… mi viene da dire “balsamo psicoanalitico”, di compensazione: un amico e un maestro che con poche ma ben assestate pacche sulle spalle mi ha raddrizzato la schiena, dato fiducia e indicato la via. Non immaginatevi lunghi discorsi, grandi frequentazioni, no, purtroppo ci siamo visti poco, di rado, e solo negli ultimi anni. Roberto dava dei colpi di remo, buttava lì delle frasi, anche delle bacchettate nelle dita, dava, talvolta, ma senza mai far male. Per farvi capire mi piace ricordare un incontro alla libreria dei ragazzi di Milano con i bibliotecari, ero con altri tre noti autori. Io l’ultimo arrivato, invitato da Roberto. Al termine dell’incontro molti dei presenti si gettarono su autori più noti, baciati dal favore delle vendite e del pubblico. Le domande furono soprattutto per loro. Non so dire se la cosa, piuttosto naturale, mi abbia suscitato delusione, so però che Roberto uscendo dalla sala mi si affiancò e dopo, mentre guardavo i libri in libreria… “venne a prendermi” mi viene da dire così oggi, “venne a prendermi" come succede a Marco che va a prendere Pino e lo libera nel mio “Il bambino di vetro” o a Patrizia che va a prendere Sarolta in "Katia viaggia leggera", e mi disse una cosa gentile, molto gentile, sulla mia scrittura, facendomi promettere di non ripeterla. Non la ripeterò, e non ha importanza forse. Però ha importanza l’attenzione di quest’uomo, la sensibilità di Roberto. Questa sua capacità di incoraggiare un uomo adulto e con la barba intuendo il bambino che ha dentro di sé: un bambino che per tutta la vita ha desiderato una pacca sulla spalla e un bravo da suo padre e li ha trovati, invece, in un amico e un maestro, per caso. Roberto aveva letto Bernardo e l’angelo nero e capito che io stavo parlando di me. Non so cosa scriverei e cosa sarebbe cambiato in me e nella mia scrittura se non avessi incontrato Roberto. So solo che se e oggi sono qui lo devo a tantissime persone, a tutte loro dedico idealmente questo riconoscimento, ma soprattuto voglio dedicarlo a Roberto per quella sua gentilezza e quel suo saper “vedere oltre il vedere” che hanno illuminato un tratto della mia strada. Sì, a Roberto, che mi manca molto. Grazie!

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